Ecco perché l’articolo 18 è ancora un tabù che implica il linciaggio immediato

“Articolo 18, capitolo chiuso”. Dopo la fugace apertura del ministro Elsa Fornero a un’energica riforma del mercato del lavoro e la sua repentina marcia indietro, l’Unità ieri ha messo in prima pagina il sigillo ufficiale a una realtà che si perpetua da decenni: l’immediato linciaggio per chi solo osi discutere questa parte dello Statuto dei lavoratori. Guarda la puntata di Qui Radio Londra La tremenda ministra Fornero e le discussioni senza tabù - Leggi La maledizione dell'articolo 18
5 AGO 20
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“Articolo 18, capitolo chiuso”. Dopo la fugace apertura del ministro Elsa Fornero a un’energica riforma del mercato del lavoro e la sua repentina marcia indietro, l’Unità ieri ha messo in prima pagina il sigillo ufficiale a una realtà che si perpetua da decenni: l’immediato linciaggio per chi solo osi discutere questa parte dello Statuto dei lavoratori. E’ accaduto anche questa settimana: l’annuncio della Fornero di voler mettere mano alla rigidità del mercato del lavoro è stato accolto malamente dal segretario del Pd (“roba da matti”) e ancora peggio dalla Camusso (“aggressione ai lavoratori”). E come da copione, il ministro ha in parte ritrattato sulle sue intenzioni.

D’altronde in nome di questo totem – quello per cui in Italia licenziare per motivi economici se hai più di 15 dipendenti è praticamente impossibile – sono stati evocati la Costituzione e poi i diritti umani, sono stati fatti cadere governi, sono state sacrificate vite umane. Come quelle di Ezio Tarantelli, Marco Biagi e Massimo D’Antona. Anche Gino Giugni, autore dello Statuto, fu gambizzato. Proprio Giugni, poco prima di morire nel 2009, spiegò il paradosso di un terrorismo che colpiva sia chi aveva ideato l’articolo 18 sia chi potesse riformarlo: “Il problema non è quel singolo articolo, ma proprio il fatto che una legge disciplini le tutele dei lavoratori. Una legge, quindi una riforma, è dello stato come espressione di una maggioranza parlamentare. Questo, assieme all’avere avuto come ispiratore Giacomo Brodolini, ex leader della corrente socialista della Cgil e ministro del Lavoro, mi costò l’attentato del 1983”. A conferma, Tarantelli venne ucciso nell’85, poco prima del referendum vinto da Bettino Craxi sul taglio della scala mobile. Le Br scrissero che era “teorico della predeterminazione degli scatti di contingenza e uno dei fautori di una riforma del mercato del lavoro”.

Stesse accuse che nel 1999 costarono la vita a D’Antona e nel 2002 a Marco Biagi: il primo per aver collaborato con ministri di centrosinistra (Antonio Bassolino e Tiziano Treu), il secondo per essere stato consulente anche di Roberto Maroni, ovvero coloro che introdussero le prime forme di flessibilità nel lavoro.
E tuttavia il totem resisteva. L’allora leader della Cgil, Sergio Cofferati, accusò il Libro bianco di Biagi, quando il giuslavorista era ancora vivo, di essere “un’opera limacciosa”. Dopo l’omicidio a opera delle Nuove Br, il segretario Cgil fece parzialmente ammenda (quella più ampia è del 2008), ma ancora nel 2003 il suo successore Guglielmo Epifani disertava la commemorazione in Senato decisa da Marcello Pera. La Cgil andò ben oltre nelle critiche: “La controriforma ha l’obiettivo di colpire al cuore i diritti di lavoratori e lavoratrici di oggi e di domani per consolidare un modello di liberismo primitivo e ideologico e ispirato a una società corporativa e competitiva”. Eppure l’articolo 18 – che stabilisce il reintegro, e non il risarcimento o l’assistenza, per i licenziati senza giusta causa – non si applica alle aziende con meno di 16 addetti: il 95 per cento di tutte quelle italiane.

Vittima non cruenta del tabù fu anche Massimo D’Alema, che nel 1999 da presidente del Consiglio firmò assieme al premier inglese Tony Blair una proposta di riforma europea del Welfare. Dopo il niet di Cofferati, però, il suo nome scomparve in poche ore dal documento. Per non dire delle barricate di Cgil e Fiom contro le intese aziendali di Sergio Marchionne e Maurizio Sacconi, anche loro rei di avere attentato all’articolo 18 con il contratto Fiat e con la manovra di agosto. Perfino gli industriali organizzati, in questi mesi, hanno preferito fiancheggiare il fronte anti riformatore (a volte pure con i loro autorevoli e borghesi giornali). Quindi la Fornero può in qualche modo consolarsi: non è sola. E considerata la forza di questo tabù italiano, oggi conta poco il fatto che una maggiore flessibilità in uscita la suggerisca la Banca d’Italia e la prescriva apertamente l’ormai celebre lettera della Bce. Anche per il governo dei prof. pesano di più le parole della Camusso a Repubblica.it: “Questo è un paese un po’ confuso, sotto la cenere covano cose strane e quindi mai dire mai, ma io lo considero un capitolo archiviato”.